ottobre 23, 2016 Ivana 0Comment

La passione per il cibo, il piacere di cucinare e organizzare serate da condividere con amici o estranei ha portato, oltre al social eating, alla nascita di un altro fenomeno: l’home restaurant.

Qual è sostanzialmente la differenza tra i due? In realtà non esiste una specifica normativa di settore che definisca i due fenomeni.

Sulla base del codice etico proposto da Gnammo, il social eating è descritto come “un’attività volta a organizzare eventi culinari tra amici, saltuari, riservati a chi ha prenotato ed è stato accettato dal cuoco e senza organizzazione imprenditoriale”; lo scopo sarebbe esclusivamente quello della socialità. Quindi si tratta di un’attività amatoriale: chi crea un evento culinario accetta il denaro da parte dei suoi ospiti, ma il suo non è classificabile come un lavoro vero e proprio, rimanendo un momento puramente conviviale. L’attività di home restaurant, invece, è definita come volta a organizzare “eventi con regolarità, e adoperandosi affinché anche il rendiconto economico abbia una valenza importante”.

Inoltre il social eating, avendo carattere saltuario, non è un’attività che si può considerare imprenditoriale. La distinzione è stata fatta, ancora una volta, da Gnammo nel suo codice etico. “L’evento è composto da un menu, un giorno, un numero minimo e massimo di ospiti indicati dal cuoco. Gli eventi non sono aperti al pubblico: il cuoco sceglie chi accettare come ospiti tra quanti hanno richiesto di partecipare utilizzando la piattaforma messa a disposizione da Gnammo”. Differente è l’home restaurant definito come “un ristorante in una casa di civile abitazione nella quale si organizzano eventi abitualmente, con strumenti professionali o con organizzazione imprenditoriale”. L’attività, quindi, rientra nel novero di un’attività professionale e si caratterizza per la preparazione di pranzi e cene presso il proprio domicilio in giorni dedicati e per poche persone, trattate come ospiti personali, però paganti. Di conseguenza, il “ristoratore” è tenuto a presentare la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) al Comune di residenza e ad avere tutte le autorizzazioni del caso: comunicazione alla Questura in caso di circoli privati; requisiti di sorvegliabilità; comunicazione ASL; piano HACCP e formazione igienico-sanitaria degli operatori; tracciabilità e rintracciabilità degli alimenti; divieto di fumo; requisiti fiscali e del lavoro, urbanistici e tecnici. In pratica è quasi come avere un ristorante.imagesiuo40hif

Ma ci sono anche altri aspetti da considerare come la responsabilità sotto il profilo sanitario di chi vende il pasto a casa propria. È la stessa di un amico che cucina gratis? A oggi è soltanto il buon senso del cuoco a fargli rispettare le normali norme igieniche che ognuno dovrebbe normalmente seguire. Se qualcuno dovesse sentirsi male per il cibo, sarà responsabile il cuoco così come lo sarebbe se avesse servito la cena ai propri amici. Questo è sicuramente uno degli aspetti che maggiormente risente del vuoto normativo.

Le conclusioni

Tuttavia, al di là della denominazione il fenomeno concreto è il medesimo e, mancando una definizione giuridica sia di social eating sia di home restaurant, non si può con certezza affermare che l’attività del primo non sia configurabile nella categoria del secondo, con tutte le naturali conseguenze legali, sanitarie e fiscali che ne derivano. La mancanza di una normativa chiara di riferimento e lo sviluppo relativamente recente delle due attività hanno contribuito a rendere lo scenario ancora poco chiaro.

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