ottobre 23, 2016 Ivana 0Comment

Metti una sera a cena con il padrone di casa che cucina le sue migliori pietanze e invita un gruppo di persone sconosciute, o meglio conosciute attraverso i Social Network, che non vede l’ora di accomodarsi per gustare le sue ricette;  il gioco è fatto.

È da questa idea che nasce il #SocialEating,  in passato conosciuto come couch surfing (letteralmente surfare da un divano all’altro), una maniera americana di alloggiare gratuita o a prezzi low cost ospitando uno sconosciuto sul divano di casa.
Social Eating è cibo che diventa social, cibo che diviene straordinario comunicatore digitale nell’era dei Social Media dei Food; oggi ovunque sul web si parla di cibo, grazie alla tavola, si condividono opinioni, si socializza con persone sconosciute e si provano nuove esperienze. Da qui nascono amicizie, idee, opportunità di lavoro e, perché no, ci si innamora.
Funziona così: chi è in gamba ai fornelli, ha una bella casa, ama la compagnia si candida come host (ospite) in una delle tante piattaforme dedicate; si pubblica sul web la data, il menu e l’indirizzo. Si aspettano le prenotazioni e si parte.

gnammo-social-eating
Il più famoso network del gusto è Gnammo, vera e propria Community italiana che riguarda l’«organizzazione di eventi privati o di Home Restaurant, avvalendosi se necessario di collaboratori, strumenti professionali e di tutto quanto possa rendere l’attività redditizia. Si è pertanto tenuti a soddisfare i requisiti previsti dalla normativa: dalla presentazione della SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) alla realizzazione del manuale di autocontrollo HACCP». Gnammo coinvolge anche i ristoranti o le attività commerciali, dando la possibilità di proporre eventi per i gnammers al loro interno o di ospitare per una giornata un cuoco. L’evento è a pagamento: la spesa media per un pasto è di 22 €; l’età media degli gnammers è dai 30 ai 45 anni.
Altro network sul tema è KitchenParty, piattaforma che coinvolge oltre 500 città del mondo e offre eventi di Home Restaurant con host talentuosi e appassionati che cucinano in casa o perfino con la collaborazione degli chef stellati Michelin.
Ma la Community più internazionale di tutte è certamente VizEat che riunisce gente locale e viaggiatori di tutto il mondo attorno alla tavola, teatro di incontri unici e autentici. La lista sarebbe ancora lunga. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le esigenze, spaziando dalla cucina regionale a quella d’élite, da quella vegetariana a quella etnica, per poi arrivare al sushi, al vegano o ai prodotti per celiaci o per diabetici.




Nuove realtà protagoniste della Sharing Economy, l’economia della condivisione: modello economico in grado di rispondere ai fenomeni di crisi e di incoraggiare forme di consumo consapevoli basate sul riuso. Serve solo una piattaforma tecnologica che supporti relazioni digitali e la valutazione, come punto di partenza, di una distanza sociale più rilevante di quella geografica. Meno burocrazia dunque, meno formalità, più attenzione a ciò che conta davvero per gli user, la cui fiducia si muove attraverso forme di reputazione digitale e libertà sui mercati: questi i tratti della Sharing Economy. Non solo in termini di Social Eating perchè, in questa nuova forma di collaborazione, si può anche viaggiare condividendo la stessa macchina, si può dormire condividendo la stessa casa e si può mangiare condividendo la stessa tavola. Una pratica social con sfumature imprenditoriali. Una delle tante facce della Sharing Economy che vale ad oggi su scala globale 15 miliardi di dollari e che varrà, secondo PriceWaterhouseCooper, 235 miliardi di dollari entro il 2025. Un tasso di crescita a dir poco sorprendente.

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