novembre 2, 2016 Ivana 0Comment

Vi siete mai chiesti chi sono i padroni del cibo? Quali sono le aziende alimentari che controllano tutto il mercato mondiale, sfamando il pianeta?

Nel settore food, così come in tanti altri, la parola d’ordine è globalizzazione, ossia quel modello che tende a concentrare nelle mani di pochi le risorse e i mezzi per tutti. E così le multinazionali fanno mangiare e mangiano a loro volta, ingrandendosi grazie a un ingrediente speciale: la concorrenza o, se necessario, assorbendo aziende più piccole in difficoltà.

Nell’ultimo secolo, le potenti aziende del settore alimentare hanno avuto un successo commerciale senza precedenti, accrescendo i loro profitti. Ciò è avvenuto mentre milioni di persone che forniscono i beni necessari alla produzione (acqua, terra e lavoro) hanno affrontato difficoltà sempre più crescenti.




Già nel rapporto Oxfam, l’organizzazione mondiale contro la povertà, si calcola che il 70% dei cibi venduti nel mondo fanno capo, in qualche modo, a una delle 10 Grandi Sorelle dell’industria alimentare. Sono solo 10 aziende che danno lavoro a più di 1,5 milioni di persone, fatturano oltre 450 miliardi di dollari ogni anno e capitalizzano circa 7.000 miliardi. L’equivalente del prodotto interno lordo del Ruanda.

Nella classifica di Oxfam sono presenti aziende come Associated British Foods, Coca Cola, Danone, Gescorecard_compleanno_25feb14-01neral Mills, Kellogg’s, Mars, Mondelez International, Nestlè, PepsiCo e Unilever. Se alcuni gruppi sono apparsi più attenti di altri su alcuni temi (Nestlé per l’uso delle risorse idriche e le politiche di riduzione degli impatti climatici o Unilever per le politiche generali per l’impiego e l’agricoltura), nessun gruppo ha raggiunto complessivamente la piena sufficienza. A punteggio più basso la Kellogg’s, azienda leader in Italia per la produzione di cereali e barrette energetiche e l’Associated British Foods, azienda inglese che si occupa anche di materie prime per le industrie alimentari. Davvero tanti gli aspetti da rivedere, soprattutto in termini di sostenibilità e biodiversità.

Il palato globale secondo Fortune

I nomi delle 10 Grandi Sorelle sono gli stessi nella più recente classifica di Fortune, rivista americana che tratta di business. Fra i signori del cibo al primo posto Nestlè (92,3 miliardi di fatturato), seguita da Pepsicola (63 miliardi). Non ottiene nemmeno la medaglia di legno la famosa Coca Cola, che si piazza al quinto posto 44 miliardi di fatturato, dietro Unilever (60) e Mondelez (55). Agli ultimi posti, ancora una volta, c’è la Kellogg’s con 13 miliardi.

Il padrone indiscusso del cibo? La svizzera Nestlè! Se la crescita maggiore è soprattutto grazie a fusioni e acquisizioni, la strategia di Nestlè, azienda fondata 150 anni fa per produrre latte in polvere, ha reso la multinazionale la padrona indiscussa del cibo nel mondo. Solo in Italia ha acquisito marchi diversissimi come il brodo Maggi, l’acqua Vera, i baci Perugina e la pasta Buitoni, con una gamma di prodotti davvero sconfinata: dalle acque minerali ai gelati, dalle merendine al cioccolato, dalla pasta agli alimenti per bambini. Perfino gli alimenti per gli animali a marchio Friskies.

I Competitor di casa nostra

L’Italia, patria della dieta mediterranea e dell’alimentazione sostenibile, è meno influenzata dalle concentrazioni dei grandi giganti alimentari. Non esistono, infatti, aziende che competono in termini di fatturato con le multinazionali già citate. L’unico vero colosso è la Ferrero che, nonostante i 9 miliardi di fatturato e l’indiscusso successo della Nutella (olio di palma a parte), non sfiora neanche la top ten delle aziende internazionali.

ferreroPensate: la Barilla, seconda azienda alimentare di casa nostra, è meno della metà della Ferrero. Le altre rimangono molto più basse: il gruppo Cremonini arriva a 3,5 miliardi, Parmalat a 1,4, Amadori a 1,3, Lavazza e Conserve Italia a 1. Le motivazioni di una crescita così lenta? Probabilmente nel nostro paese il rispetto del brand è ancora un elemento chiave, così come la tutela della biodiversità e le eccellenze dei prodotti gastronomici di nicchia. Non male però.

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